Nel segno di Antonia Ciasca (1964-1993)

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Antonia Ciasca si formò come archeologa alla scuola di Massimo Pallottino, negli scavi del santuario etrusco di Pyrgi, ma, ancora giovanissima, passò a collaborare con Sabatino Moscati, divenendo uno dei primi archeologi dell'Istituto di Studi del Vicino Oriente, l'istituto fondato da Moscati per aprire il nuovo campo di studi sul Mediterraneo orientale della Sapienza, il primo in Italia. L'attività di ricerca e di scavo di Antonia Ciasca a Mozia inizia nel 1964, fausto anno nel quale l'Istituto di Studi del Vicino Oriente diede il via ad alcune delle sue più fruttuose e più longeve spedizioni. L'archeologia moziese era stata sin dalle imprese di J. Whitaker uno dei motori propulsori dell'archeologia fenicio-punica e non è dunque casuale che la prima cattedra in Italia di Antichità Puniche, attivata presso l'allora Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università "La Sapienza", abbia visto la sua giovane titolare passare subito all'azione a Mozia. In quell'anno la lungimirante liberalità di Vincenzo Tusa, divenuto Soprintendente alle Antichità della Sicilia Occidentale, portò alla nascita della missione congiunta, di cui Antonia Ciasca assunse la direzione per la Sapienza. Antonia Ciasca scelse il Tofet, dove erano ancora visibili i tagli dei sondaggi di J. Whitaker e P. Cintas, per approfondire quanto era di più caratterizzante la cultura punica, il santuario per la sepoltura dei fanciulli incinerati, dando inizio, nello stesso tempo, allo studio archeologico sistematico della città. Secondo la tradizione dell'Istituto, lo scavo venne pubblicato con cadenza annuale, con immediatezza e chiarezza encomiabili. I resoconti preliminari consentono di tracciare sinteticamente il percorso di ricerca della studiosa, tutto teso alla ricostruzione della storia di Mozia, suffragata da concreti dati stratigrafici.

Antonia Ciasca ha concepito la ricerca a Mozia come un lavoro continuo, sistematico e metodico, ma anche appassionato, recandosi ogni anno sull'isola nella Casa delle Missioni Archeologiche per studiare i materiali, disegnare di proprio pugno la ceramica, riesaminare i ritrovamenti. Oltre ai risultati più evidenti del suo lavoro, come le centinaia di stele e le migliaia di urne rinvenute nel Tofet, che oggi si possono ammirare nel Museo Whitaker sull'isola, o gli imponenti tratti di mura e le torri portate alla luce nel tratto nord-est della cinta difensiva della città, ciò che resta è una mole di materiali accuratamente classificati e rigorosamente attribuiti agli strati; il suo metodo e la sua dedizione sono un esempio per tutti, ma in special modo per chi, lavorando a Mozia, ha la possibilità di apprezzare quotidianamente la sua opera.

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